La Catastrophe de 1927

 

vue panoramique

            La tempête fait rage dans cette nuit du 7 au 8 Février 1927 sur la Haute Vallée du Tàravo.
            PALNECA recouvert d'une importante couche de neige est coupé du monde.
            A COZZANO, pourtant ouvert aux influences maritimes, c'est un mètre de neige qui tombe sur le village.

            Dans la forêt de FORNARINA,, au-dessus du Col de Verde, blottis dans la cabane en bois qu'ils ont construit à la hâte vingt bûcherons italiens, originaires du village de PIANDELAGOTTI, essaient de trouver le sommeil dans leur hamac.

            Ils étaient arrivés quelques jours plus tôt à Palneca, recrutés par l'entreprise Tollinchi d'Ajaccio, pour travailler sur un chantier d'exploitation forestière dans l'immense forêt de pins làrici à 1200 mètres d'altitude.

            Vers trois heures du matin, au plus fort de la tempête, se produit une avalanche qui, dans un vacarme épouvantable, s'abat sur la frêle habitation en même temps qu'un arbre emporté par la coulée de neige, la faisant littéralement exploser, et dispersant ses occupants.

            Sept bûcherons réussissent avec les plus grandes difficultés à s'extraire de la neige et de l'incroyable enchevêtrement de branches et de matériaux divers ; les autres ont disparu. L'alerte ne pourra être donnée à Cozzano, que huit heures plus tard.

            Les gendarmes, aidés des populations des villages environnants se rendent au plus vite sur les lieux du drame, parvenant à arracher un seul survivant à sa prison de neige.

            Ce sont douze cadavres qu'ils ramènent à Cozzano, sur des traîneaux de fortune, après quatre jours de recherche. Il s'agit des corps de  :

 

            -FONTANA Gasparo   63 ans               LAMBERTI Paolo      48 ans
            -FONTANA Antonio    20 ans               LAMBERTI Ernesto   27 ans
            -FONTANA Pasquale   27 ans               LAMBERTI Pietro     17 ans
            -ZANNI Pietro              22 ans                LAMBERTI Angelo    23 ans
            -VIGNAROLI Pietro     38 ans               LAMBERTI Amadeo  24 ans
            -LAMBERTI Leopoldo  16 ans               LAMBERTI Alberto   19 ans

 

sépultures des bucherons italiens

            Les obsèques seront célébrées à Cozzano et les corps inhumés dans le cimetière du village, où ils reposent toujours, dans un carré qui leur a été attribué.
                                                                                         
                                                          

 

                    

La chronologie de la catastrophe racontée  sur un site italien par Don LUNARDI

 

            

 

 



 

La tragedia di Palneca

 

"O malaugurate corse montagne, né pioggia, né rugiada più scenda sopra di voi, chè nell'insidia avete tratto i nostri giovani forti e vigorosi. Lontana sia sempre da voi la scure della nostra valle che pur di tante foreste vi ha spogliato".

Con queste dure parole don Lunardi concluse il toccante racconto scritto sulla morte di dodici boscaioli della propria parrocchia, all'indomani della tragedia di Palneca, nella Foresta Verde della Corsica, avvenuta il giorno 8 febbraio 1927. Anni orsono, frugando in un archivio, mi capitò tra le mani proprio lo scritto in questione che propongo nella sua forma integrale per i lettori della "Luna" (escluse sia le foto delle vittime sia quelle dei sopravvissuti che sono di scarsa qualità). È la storia drammatica di venti lavoratori della val Dragone, tutti del casolare di Pian degli Ontani a Piandelagotti, emigranti stagionali boscaioli, dodici dei quali, non faranno mai più ritorno al paese natale.

 

Aldo Magnoni

 

 

don Lunardi

In memoria degli operai di Piandelagotti periti nel disastro della foresta verde 8 febbraio 1927

Lamberti Alberto, anni 19

Fontana Gaspero, anni 65, padre di

Fontana Antonio, anni 20

Lamberti Ernesto, anni 27, cognato di

Fontana Pasquale, anni 27

Lamberti Angelo, anni 23

Lamberti Pietro, anni 17, fratello di

Lamberti Leopoldo, anni 16

Zanni Pietro, anni 22

Lamberti Amedeo, anni 24

Lamberti Paolo, anni 48, cognato di

Vignaroli Pietro, anni 36

 

 

La foresta verde

 

 

Chi partendo da Zicavo, cantone corso in provincia d'Aiaccio, prende lo stradale che oltrepassato Cozzano, lascia sulla sinistra Ciamannacce e Palnèca, per poi a lunghe e serpeggianti giravolte attraversare l'alta valle del Taravo ed entrare, passata la foce, nelle opposte de' Ghisoni e Boco-gnano, resta ammirato, volgendo lo sguardo a N.E., alla vista di una smisurata foresta che per centinaia di Km. Adorna di faggi e di conifere secolari quell'alpestre regione.

Nella parte più bassa, l'abete dalle verdi foglie aciculari, fissando le sue radici in un terreno ricco di materiali organici, vi trova il modo di procurarsi un facile sviluppo e di fare sfoggio di una lussureggiante vegetazione. Più su, il larice dalle smisurate altezze, s'erge del confratello ancor più maestoso, esponendo alla violenza dei venti mediterranei, che ne fanno comodo trastullo, la sua chioma piramidale. Degli altri più rude, il faggio selvatico, l'amico dei nostri monti, sugli ultimi confini della flora arborea sfidando i rigori invernali e le più furiose burrasche, s'arrampica audace per le scoscese rupi fino alle estreme altezze che cede o alle verdi praterie, domini incontrastati dell'umile cervino, o alle brulle scogliere accessibili soltanto ai ferigni avvoltoi. Questa vasta regione boscosa che da circa 800 m. d'altitudine si eleva sin quasi ai 2000, è la Foresta Verde. Malaugurata foresta, fin qui nota solo all'industriale che v'à gettato su l'occhio avido di guadagno e all'infelice boscaiolo che il bisogno della vita v'à spinto, ma ora addivenuta purtroppo funestamente famosa pel grande disastro di cui è stata impassibile testimone e che è costato la vita a dodici disgraziati lavoratori di Piandelagotti, ridente paesello dell'alta valle del Dragone nell'Appennino modenese.

 

 

 

 

Il grande disastro

L'autunno del 1926 era già da parecchio inoltrato e la neve aveva già fatto le sue prime comparse sulle vette appennine, quando una squadra di venti boscaioli, sotto la guida del caporale Lamberti Francesco, doveva partire per la Corsica e portarsi nella Foresta Verde al taglio dei larici alle dipendenze della Ditta Tollinchi di Aiaccio.

Prima della concessione dei passaporti, che nonostante solleciti sia telegrafici che a mezzo di persone appositamente alla Prefettura inviate, subivano ritardi: poi un'abbondante caduta di neve che chiudeva le strade, e accompagnata da una forte bufera rendeva il valico appennino non solo malagevole, ma anche pericoloso, pareva che, conscii di ciò che doveva avvenire, assieme congiurassero perché la partenza non si effettuasse e fosse risparmiato a quella compagnia l'orribile eccidio che l'attendeva. Ma purtroppo vennero i passaporti, purtroppo la robustezza e la forza di volontà dei parenti prevalsero sulla furiosa violenza degli elementi, per loro bene tanto feroci quel giorno, e la partenza avvenne e il giorno 11 dicembre raggiunsero l'alpestre foresta che doveva essere l'altare del loro sacrificio, la loro tomba.

Ad un'altezza sul livello del mare di circa 1500 m. nel bel mezzo della foresta annosa si prepararono tosto l'invernale rifugio a 3 km. e mezzo dalla più vicina abitazione "Lo Scrivano" e a 6 km. dal più vicino paese "Palneca". A poca distanza dal costrutto ricovero s'ergono al cielo alcuni larici maestosi; si sa che costituiscono un grave pericolo, perché un vento impetuoso (e il vento corso è noto per la sua violenza) li può rovesciare sul misero tugurio, ma non portano il contrassegno di loro condanna, e non è lecito tagliarli. Si cerca di far persuase le guardie forestali della opportunità, della necessità di togliere quel pericolo, motivo di continua trepidazione, ma esse sono inflessibili e minacciano di espellere tutti dal bosco se alcuno s'azzarda di abbattere quelle piante. Rassegnati, s'affidano alla provvidenza di Dio. Alla fine di gennaio, nonostante che la stagione si sia costantemente tenuta cattiva e che d'acqua e di neve non sia stato avaro il cielo, una buona parte del lavoro è stata compiuta, e numerose piante giacciono distese sul bianco suolo, recise dalla tagliente accetta dei boscaioli. Ma ormai la neve che quasi ogni giorno s'ammucchia in novelli strati sul suolo, à raggiunta un'altezza tale che il taglio a norma delle leggi forestali si è reso impossibile. Già uno degli operai, anche per sopravvenuta indisposizione (oh fortunata indisposizione), ma soprattutto perché seccato dalla perfida stagione, à abbandonato il bosco, ed è ritornato alla famiglia. Gli altri, considerata l'inopportunità di restarsene lassù inoperosi, pensano di chiedere al padrone di essere trasferiti in località più bassa, ove la mancanza o almeno la minore abbondanza di neve permettesse loro di lavorare. La domenica 6 di febbraio partono quindi il caposquadra Lamberti e l'operaio Zanni Rinaldo e si portano a Cozzano di dove telegrafano pel trasferimento al padrone che risiede a S. Maria Siche. La risposta, non si fa attendere a lungo, essendo affermativa, lieti s'accingono a far ritorno alla baracca, a portare ai compagni la buona novella che possono senz'altro lasciare quell'orrida Siberia per recarsi in località più ospitale. Fortuna vuole che lungo il percorso s'incontrino in un amico il quale li invita a fermarsi in casa sua. Le insistenze sono così vive e così cordiali che devono cedere e rimettere la partenza al mattino seguente. Ma al mattino seguente nevica a dirotto, si intuisce che su in alto infuria la bufera: mettersi in viaggio, se anche possibile, non sarebbe prudente. Attendono ancora sperando che il mal tempo conceda un po' di tregua. Mentre in casa amica passano la giornata in lieta conversazione, lassù alla foresta, i compagni, prigionieri della neve, stanno raccolti nell'oscuro e ristretto locale attorno al fiammeggiante fuoco, il quale non facendo risparmio di legna, di cui c'è larga dovizia, disimpegna in un tempo il duplice ufficio di fornitore di luce e di calore. Ad ora piuttosto tarda si sdraiano sulle brande, un pensiero a Dio e alla famiglia e s'abbandonano al sonno. Fuori intanto la neve continua a scendere in gran copia, portata lontano dal vento che comincia a farsi piuttosto impetuoso, senza però destare soverchia impressione. Verso le 3,30 del martedì 8 di febbraio, improvvisamente si scatena, rapido come la folgore, un terribile e furibondo ciclone accompagnato dal rombo feroce del tuono e dai lampi frequenti e paurosi che rompono il buio tetro della triste notte. Tutto a un tratto s'ode uno strepitoso fragore, e una pianta enorme, spezzata dal turbine spaventoso, si rovescia sulla misera baracca che resta sepolta, squartata, schiacciata. Come avvenisse non è facile intuirlo, ma uno dei disgraziati abitatori di quel tugurio, certo Stefani Giuseppe, da una potente forza viene lanciato lontano colla sua branda (trovata poi a 30 metri di distanza) restando sbalordito sì, ma incolume sulla neve. Brancolando nel buio e valendosi dei bagliori dei lampi, ritorna verso la baracca e scorta ivi la colossale pianta che preme sul povero rifugio, intuisce lo spaventevole disastro e cade accasciato dal dolore.

Ma richiamato dalle grida affannose dei compagni che invocano soccorso, si rialza, raccoglie tutte le sue forze e si pone all'opera di salvataggio. Dopo intenso e faticoso lavoro riesce a scoprire un compagno: Vignaroli Domenico. Anch'egli è miracolosamente incolume, ma un pesante tronco lo tiene per una gamba avvinto e immobilizzato. Lo Stefani si prova a rimuovere quel peso, ma i suoi sforzi riescono inefficaci. Allora, mentre il prigioniero, sotto l'impressione dello spavento, invoca pietoso una scure che gli recida la gamba e con voce rotta dal pianto chiama, ma invano, il fratello, che morto gli giace vicino, egli, chiamato da altre voci di dolore e di pianto, si prodiga fino allo spasimo per rimuovere il materiale ostruttore e finalmente dopo sforzi inauditi può scavare altri due compagni: Fontana Giuseppe che è ferito ad un braccio e a una gamba e Lamberti Giuseppe che presenta una larga ferita alla fronte ed à spezzata la clavicola. Anche questi con voce affannosa chiama insistentemente il fratello Ernesto che gli dormiva accanto, ma pur esso tace, chè la morte gli ha tolto colla vita la favella. Ad uno ad uno e a gran voce si chiamano per nome anche tutti gli altri, ma in quel cimitero non c'è più una voce se pur lamentevole che risponda. In preda (è agevole immaginarlo) alla più profonda costernazione, visti inutili ulteriori sforzi di salvataggio, chè troppo colossale e reso impossibile dalle condizioni atmosferiche, è il lavoro che si richiede, liberato il prigioniero dal pesante tronco sulla gamba, risolvono di scendere e ripararsi e a chiamare soccorso al vicino "Scrivano" ove abita una famiglia corsa da loro ben conosciuta. Ma partire in quello stato d'animo e in quelle condizioni atmosferiche pare follia. Il freddo è intensissimo, la bufera seguita ad imperversare furente, la neve attraverso la quale devono per tre Km. e più aprirsi il varco à raggiunto l'altezza di tre, di quattro metri ed essi scalzi e quasi ignudi, perché in quello stato colti dal disastro nel sonno, si trovano in una depressione d'animo che affievolisce, annichila ogni sforzo ed ogni energia. È follia partire, ma restare è follia ancor maggiore; restare vuol dire morire in breve ora di inevitabile assiderazione. Partono quindi e partono carponi, perché non è possibile altro modo d'andare, armate le mani di tavolette per essere un poco meglio sostenuti dalla neve, e solo dopo otto ore di continuo, faticoso cammino (con quali sofferenze e stenti, specialmente da parte dei feriti, è facile immaginare), raggiungono "Scrivano". Ricevute le più amorevoli cure da quella buona famiglia che con sentimenti di profondo cordoglio à appreso la triste notizia, questa viene presto divulgata ai vicini paesi, ovunque s'organizzano squadre di soccorso. Si vorrebbe salire subito al luogo del disastro (chi sa ci possono essere ancora dei vivi che attendono di essere salvati), ma si trova un ostacolo insormontabile nella bufera che seguita ancora furibonda e nella quantità di neve che ora à raggiunto cinque metri di altezza. Solo al giovedì mattina, concessa dal mal tempo un po' di tregua, è resa possibile l'ascesa. Degli italiani che si trovano al lavoro in quelle località nessuno manca, a loro si aggiungono molti corsi, che feroci nella vendetta, hanno nei casi di dolore un cuor grande e generoso, e più di 300 uomini armati di pali salgono faticosamente l'erta della nefasta foresta. Giungono sul posto verso il mezzodì, ma della baracca non c'è più traccia alcuna. Né è dato sapere con precisione ove sia perché le piante dal ciclone a migliaia divelte, e l'enorme massa di neve che tutto ricopre, ànno cambiato configurazione a quella triste località.

Intensamente, ma senza risultato si lavora per tutto il giovedì; al venerdì mattina finalmente si scopre la sciagurata capanna. Strumenti di morte, due piante enormi vi giacciono sopra e spietate anche s'oppongono a ridare i corpi delle vittime che ivi ànno immolato. A fatica sì, e con sforzi enormi, ma anche quei colossi poderosi vengono rimossi e l'estrazione di cadaveri macabra e dolorosa incomincia. Al sabato mattina ne sono stati disseppelliti dodici, quasi tutti irriconoscibili. Non resta a trovarne che uno solo, un giovanotto di 22 anni a nome Trogi Rocco. Il lavoro prosegue febbrile e alle 11 sotto un mucchio di tavole, anche l'ultimo disgraziato è tolto dal suo sepolcro. Ha le mani e i piedi gelati, è in condizioni estremamente pietose, ma vive ancora. Come si è salvato? Come ha potuto vivere per 56 ore in quella tomba? Racconta egli stesso che ha l'impressione di aver sentito nel sonno un grande fracasso; svegliatosi di improvviso si è sentito premere e quasi schiacciare sulla branda da un peso che gli soprastava. Chiama i compagni, ma nessuno gli risponde. Sentendosi soffocare, gli sovviene d'aver in tasca un coltello; trova il modo di estrarlo e di tagliare con esso la branda: nel vuoto sottostante un angusto capannello lo protegge e lo salva. Fa sforzi per aprire un varco, ma riescono vani. Passano intanto le lunghe ore e in quella solitudine ristretta ed oscura, in quel silenzio sepolcrale, non sa rendersi conto di ciò che sia avvenuto. Crede che i compagni siano scappati e l'abbiano abbandonato. Invoca l'aiuto del cielo, chiama il babbo e la mamma lontani, poi, colto dalla disperazione, cerca il coltello che gli è stato provvidenziale salvatore, per farne il suo carnefice, recidendosi la gola e affrettando la morte che ormai prevede certa e terribile. Ma non gli riesce più di trovare quell'arma. In un'angoscia atroce spinto e quasi privo di sensi, sente ormai venirgli meno la vita, quando in tempo giunge a salvarlo l'opera delle squadre di soccorso. Finita la pietosa opera di disseppellimento alla quale, degne del maggior elogio, ànno assistito parecchie autorità francesi con a capo il Prefetto d'Aiaccio che è stato largo di conforto e di coraggio coi poveri superstiti, si procede al trasporto dei cadaveri fino a Gozzano.

Alla domenica mattina nella Chiesa parrocchiale hanno luogo i solenni funerali. Una folla enorme, accorsa dai paesi limitrofi, che porta impressi nel volto i segni del dolore e della costernazione, assiste riverente alla mesta cerimonia. Esperite le esequie di rito, il parroco locale dice belle e commoventi parole; indi fuori della Chiesa, fatte sostare le bare, il Prefetto d'Aiaccio pronunzia un commoventissimo discorso che strappa a tutti le lagrime, e vinto egli stesso dalla commozione, stringe affettuosamente la mano ai superstiti che piangono a dirotto. Ma i nostri Consoli di Bastia e d'Aiaccio dove sono? Essi soli ignorano l'immane sciagura che Francia e Italia à commosso? Essi soli non sentono il bisogno e il dovere di accorrere al luogo del dolore per portare agli infelici dalla morte risparmiati, una parola di coraggio e di conforto? I poveri morti vengono intanto portati al loro destino, e una mesta croce, simbolo di fede e di dolore, nell'umile cimitero di Cozzano, sormonta il sepolcro ove i loro corpi dormono insieme il sonno della pace.

Una lapide funerea ne porta scolpiti i nomi: Lamberti Ernesto, Lamberti Leopoldo, Lamberti Pietro, Lamberti Alberto, Lamberti Amedeo, Lamberti Paolo, Lamberti Angelo, Fontana Pasquale, Fontana Gaspero, Fontana Antonio, Vignaroli Pietro, Zanni Pietro.

 

 

La notizia al paese natio

 

A Piandelagotti le prime notizie della catastrofe vaghe e laconiche giunsero la domenica 13 febbraio. I giornali accennavano a tempeste di neve furiosamente abbatutesi sulle montagne della Corsica e il Corriere della Sera specificava che nella Foresta Verde 13 operai italiani erano periti sotto il crollo della baracca ove erano rifugiati. Naturalmente questa notizia gettava nell'animo di tutti i paesani un senso di affannosa trepidazione per la sorte dei nostri operai che si sapeva essere al lavoro proprio in quella nefasta foresta; ma restava sempre la speranza che o la notizia fosse infondata o che la triste sorte fosse toccata ad altri disgraziati. Nell'ansia crudele si visse fino al martedì sera quando da S. Maria Sichè un telegramma del padrone Tollinchi annunciava il disastro in tutta la sua cruda e terribile realtà. È impossibile descrivere le scene strazianti all'annunzio della notizia ferale. È un pianto a dirotto ed angoscioso che s'ode da ogni parte: genitori che piangono i figli: figli che piangono il padre: spose che piangono i mariti, ed è un pianto affannoso, un pianto straziante, un pianto che lacera il cuore. Nei casolari della desolazione è un continuo accorrere di buone persone per portare una parola di coraggio e di conforto, ma l'amarezza del dolore è così grande che pare che a coraggio e a conforto non si possa dare ricetto.

Piangete, piangete pure o sventuratissime famiglie, chè di piangere avete ben ragione. Col padre, col figlio, collo sposo avete perduto non solo l'oggetto dei vostri affetti più cari, ma avete perduto anche il vostro sostegno, chi vi provvedeva del necessario pane quotidiano. Chi penserà ora a voi, o infelici genitori, cui nella vecchiaia la triste sorte ha riserbato una sì grande sventura? Chi penserà a voi, o spose sì precocemente vedovate? Chi penserà a voi, o innocenti orfanelli, soli fra tutti cui spunti ancora sulle labbra il sorriso, perché soli inconsci della sciagura che vi ha colpito? O malaugurate corse montagne, né pioggia, né rugiada più scenda sopra di voi, chè nell'insidia avete tratto i nostri giovani forti e vigorosi.

Lontana sia sempre da voi la scure della nostra valle che pur di tante foreste vi ha spogliato. E a voi, o martiri del lavoro e del dovere, il nostro commosso e riverente saluto, per voi la nostra fervida preghiera di pace. Che Iddio benigno ve la conceda nella patria beata e sia generoso di conforto alle vostre famiglie desolate.

 

 

I sette superstiti

Stefani Giuseppe, il salvatore; il caposquadra; Lamberti Francesco che nel disastro ha perduto due figli; Fontana Giuseppe; Lamberti Giuseppe che ha perduto nel disastro un fratello e un cognato; Vignaroli Domenico che ha perduto un fratello; Zanni Rinaldo che ha perduto un fratello e Trogi Rocco, anni 22, rimasto sepolto sotto la neve 56 ore.